La filiera agroalimentare è un ecosistema complesso in cui produzione, trasformazione, distribuzione e vendita devono funzionare in modo armonico per garantire qualità, sicurezza e competitività. Ogni passaggio è influenzato da variabili critiche: condizioni di conservazione, tempi logistici, gestione degli stock, tracciabilità dei lotti e coordinamento tra attori diversi.

L’integrazione tra tecnologie IoT, piattaforme dati, automazione e modelli predittivi consente oggi di prendere decisioni basate su informazioni oggettive, ridurre sprechi e inefficienze e migliorare la resa delle produzioni.
Questo articolo analizza le principali sfide della filiera agroalimentare, le tecnologie che ne abilitano l’evoluzione e un caso concreto: Smart Venues, che sta contribuendo a innovare la filiera agroalimentare siciliana attraverso un approccio digitale e data-driven.

Le sfide strutturali della filiera agroalimentare

Prima di comprendere l’impatto del digitale, è utile osservare le difficoltà che caratterizzano quotidianamente il settore. La filiera agroalimentare non è lineare ma una rete complessa composta da aziende agricole, punti di raccolta, stabilimenti di trasformazione, distributori e operatori logistici. Ogni attore utilizza strumenti e pratiche differenti, generando spesso una frammentazione informativa che limita l’efficienza complessiva.

La digitalizzazione diventa quindi una risposta strategica a sfide strutturali profonde:

  • Sprechi e deperibilità: la qualità del prodotto dipende da condizioni di conservazione costanti. Anche una singola variazione di temperatura può compromettere un intero lotto, generando sprechi e costi aggiuntivi.
  • Tracciabilità frammentata: sistemi cartacei o non comunicanti riducono la trasparenza e la capacità di controllo lungo la filiera.
  • Pianificazione inefficiente: dati incompleti limitano la previsione di domanda, scorte e flussi logistici, causando inefficienze.
  • Limitata capacità di previsione: senza strumenti analitici avanzati, le decisioni si basano sul passato e non sulle dinamiche future, riducendo resilienza e competitività.

Digitalizzazione della filiera agroalimentare: dati e insight

Per capire come sta evolvendo la trasformazione digitale è utile guardare i dati dell’Osservatorio Smart Agrifood del Politecnico di Milano e dell’Università di Brescia, riferimento nazionale per l’innovazione del settore agroalimentare. Le analisi più recenti mostrano un contesto in movimento, dove crescita e rallentamenti si alternano in un ecosistema ancora in definizione.

Il mercato dell’Agricoltura 4.0 ha registrato una forte espansione fino al 2023, raggiungendo circa 2,5 miliardi di euro. Il 2024 ha invece segnato una contrazione, con un valore intorno ai 2,3 miliardi, dovuta soprattutto al calo degli investimenti in macchinari e attrezzature connesse.
Nonostante questo, nel 2023 oltre il 70% delle aziende agricole ha utilizzato almeno una soluzione digitale. La maturità digitale, però, resta ancora bassa: solo una quota ridotta di imprese può considerarsi realmente avanzata e la superficie coltivabile gestita con tecniche di precisione rappresenta ancora una minoranza.

Tecnologie digitali che abilitano una filiera più efficiente

1. Intelligenza Artificiale 

L’AI consente di automatizzare processi complessi e di modellare la domanda in modo predittivo. Nei contesti agroalimentari, può essere utilizzata per:

  • ottimizzare la produzione, regolando parametri di crescita oppure processi di trasformazione in base ai dati raccolti;
  • controllare la qualità in modo automatizzato, ad esempio analizzando immagini per identificare difetti o contaminazioni;
  • prevedere la domanda dei consumatori, supportando la pianificazione di produzione e logistica; 
  • personalizzare l’offerta, suggerendo ricette o prodotti in base alle scelte e alle esigenze nutrizionali dell’utente.

2. Big Data

Grazie ai Big Data è possibile:

  • identificare pattern nei comportamenti di acquisto, nelle condizioni di stoccaggio o nelle performance produttive; 
  • migliorare la pianificazione strategica, sfruttando dati storici e in tempo reale per ridurre gli sprechi e adattare la produzione; 
  • integrare dati da più fonti (sensori, ERP, logistica, vendite) per ottenere una visione unificata e operativa della filiera;

3. Internet of Things (IoT)

L’IoT gioca un ruolo fondamentale nella digitalizzazione della filiera: sensori intelligenti installati in campo, nei magazzini o sui mezzi di trasporto misurano parametri critici come temperatura, umidità o posizione.
Questi dispositivi permettono di:

  • monitorare le condizioni ambientali in tempo reale per prevenire deterioramenti;
  • intervenire tempestivamente in caso di anomalie, minimizzando perdite e sprechi;
  • alimentare le piattaforme dati con informazioni continue e affidabili, utili per le analisi predittive.

4. Robotica e automazione

La robotica può:

  • svolgere attività ripetitive con alta precisione (manipolazione, confezionamento, controllo qualità);
  • ridurre gli errori umani e migliorare la sicurezza sul lavoro;
  • liberare risorse umane per compiti strategici e decisionali, aumentando così l’efficienza complessiva della produzione.

Smart Venues: un caso concreto di digitalizzazione della filiera agroalimentare

Smart Venues è un progetto dedicato alla valorizzazione della filiera agroalimentare siciliana attraverso la creazione di un ecosistema phygital in cui tecnologie digitali, infrastrutture fisiche e contenuti territoriali collaborano per migliorare la qualità dei prodotti, rafforzare la tracciabilità e offrire ai consumatori un’esperienza più ricca e informata. Al centro c’è una Customer Experience Platform che integra i dati provenienti da un insieme di touchpoint, ciascuno con un ruolo specifico nel monitoraggio e nell’interazione:

  • Sensori IoT nei punti vendita: raccolgono informazioni in tempo reale su condizioni ambientali e stato dei prodotti, consentendo di intervenire rapidamente in caso di anomalie, preservare la qualità e migliorare l’efficienza operativa del punto vendita.
  • Digital signage: schermi e contenuti dinamici che informano, educano e guidano il consumatore, offrendo messaggi personalizzati basati sul contesto e sulle caratteristiche dei prodotti presenti in negozio.
  • Smart label applicate ai prodotti: etichette intelligenti che permettono al consumatore di accedere a schede di tracciabilità, informazioni nutrizionali, contenuti territoriali e storytelling del produttore.
  • Robot Mike Process Master®: un robot autonomo che integra AI, Computer Vision e IoT per analizzare gli scaffali, rilevare la disponibilità dei prodotti, individuare errori di posizionamento ed evidenziare opportunità di riordino, contribuendo all’ottimizzazione operativa e strategica dello store.
  • App mobile per i consumatori: lo strumento che integra funzioni di streaming commerce, profilazione utente e strategie di gamification, stimolando engagement e loyalty.

Tutti questi flussi informativi convergono in un data lake centralizzato, dove l’intelligenza artificiale analizza i comportamenti degli utenti, la condizione dei prodotti e i trend per generare insight utili a ottimizzare processi, prendere decisioni strategiche e valorizzare l’intera filiera attraverso approcci realmente data-driven.

La phygital wine experience

Un esempio concreto di come Smart Venues abiliti nuove forme di valorizzazione della filiera è rappresentato dall’esperienza sviluppata da Softec in occasione di Vinitaly, il principale evento internazionale dedicato al mondo del vino. In questo contesto, la degustazione si evolve in un’esperienza phygital, capace di unire tradizione enologica e strumenti digitali avanzati. Attraverso audioguide intelligenti accessibili da smartphone, i visitatori possono selezionare il vino degustato e indicare il proprio livello di conoscenza. L’intelligenza artificiale genera così contenuti personalizzati, adattando il racconto a interessi e competenze dell’utente e trasformando ogni calice in un’esperienza culturale immersiva.

Benefici per gli stakeholder

L’ecosistema Smart Venues genera benefici tangibili lungo tutta la filiera:

  • Per i produttori, la piattaforma offre maggiore visibilità e strumenti utili a rafforzare le strategie di go-to-market, facilitando anche l’apertura verso mercati internazionali. 
  • Per i retailer, il sistema abilita un monitoraggio costante degli scaffali, delle performance, delle promozioni e delle preferenze dei clienti, permettendo interventi più tempestivi e decisioni basate su dati reali. 
  • Per i consumatori, l’esperienza phygital diventa più coinvolgente e personalizzata, grazie alla possibilità di accedere a contenuti informativi, storytelling di prodotto e interazioni digitali direttamente in punto vendita o tramite app. 
  • Infine, per il territorio, Smart Venues contribuisce alla valorizzazione delle eccellenze siciliane, promuovendo cultura, tradizioni e identità locale.

Test sul territorio

Smart Venues è stato testato in contesti reali: La GDO ad Agrigento, l’Acireale Lab di cultura e tecnologia a Catania e l’Enoteca Regionale del Sud Est a Vittoria (RG).
Le sperimentazioni hanno confermato l’efficacia della piattaforma nell’integrazione tra produzione, distribuzione e esperienza del consumatore.

Un modello replicabile

Grazie alla sua architettura modulare, Smart Venues può essere configurato in base alle esigenze di prodotti, territori e attori della filiera, adattandosi a contesti con livelli di maturità digitale differenti. L’integrazione tra i diversi touchpoint può infatti essere scalata o ricalibrata a seconda delle priorità: dalla semplice tracciabilità digitale fino a ecosistemi phygital completi che connettono produttori, retailer e consumatori. Questa flessibilità rende Smart Venues un modello replicabile non solo per altre filiere agroalimentari, ma anche per settori in cui la valorizzazione territoriale, la qualità dei prodotti e l’esperienza dell’utente finale rappresentano elementi strategici.

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Secondo la World Health Organization, oltre 1 miliardo di persone nel mondo convivono con una qualche forma di disabilità. È un dato che evidenzia quanto l’accessibilità non sia un dettaglio tecnico, ma una condizione essenziale per la partecipazione alla vita digitale. Ed è proprio qui che entra in gioco l’intelligenza artificiale, con la sua capacità di adattare, interpretare e semplificare l’interazione tra esseri umani e tecnologie. Ma quali sono i rischi?

Le nuove tecnologie AI per l’accessibilità

L’intelligenza artificiale ha iniziato a migliorare in modo tangibile l’esperienza digitale delle persone con disabilità. Gli esempi non mancano:

Descrizione automatica delle immagini e riconoscimento visivo

Grazie all’evoluzione dei sistemi di analisi visiva, oggi è possibile generare descrizioni testuali automatiche per immagini, grafici e contenuti visivi complessi. Questi strumenti interpretano ciò che appare sullo schermo e lo traducono in parole, offrendo a chi non può vedere un modo nuovo di esplorare il web.

Sottotitolazione, trascrizione e sintesi vocale

Le piattaforme di videoconferenza e i servizi digitali integrano sempre più spesso sottotitoli e trascrizioni in tempo reale, trasformando i contenuti multimediali in esperienze fruibili anche per chi ha disabilità uditive. Allo stesso tempo, la sintesi vocale evoluta, con voci sempre più naturali, consente alle persone cieche o ipovedenti di accedere facilmente a testi, articoli e interfacce digitali.

Chatbot inclusivi e interfacce intelligenti

Anche i chatbot inclusivi stanno trasformando il modo di interagire online: combinano linguaggio naturale, comandi vocali e percorsi semplificati per assistere chi ha difficoltà cognitive o motorie.
Parallelamente, le interfacce adattive sfruttano il machine learning per personalizzare l’esperienza: semplificano i percorsi di navigazione, riorganizzano i contenuti in base alle abitudini e imparano dai comportamenti dell’utente per offrire soluzioni sempre più intuitive.

Machine learning e personalizzazione accessibile

Grazie al machine learning, l’accessibilità entra in una nuova dimensione: quella della personalizzazione intelligente.

L’obiettivo non è solo migliorare la user experience, ma creare percorsi digitali su misura, dove ogni persona possa interagire con la tecnologia in modo fluido e autonomo.

Realtà virtuale e realtà aumentata

Anche la realtà virtuale (VR) e la realtà aumentata (AR) stanno ridefinendo i confini dell’accessibilità. Oggi queste tecnologie trovano spazio in musei, eventi, scuole, aziende e spazi pubblici, creando esperienze più immersive e inclusive.

L’AR consente alle persone cieche o ipovedenti di orientarsi meglio negli ambienti fisici, fornendo indicazioni vocali o visive in tempo reale. La VR, invece, apre nuove possibilità di apprendimento e formazione per chi ha disabilità motorie, grazie a controlli personalizzati e ambienti simulati che permettono di interagire senza limitazioni fisiche.

Wearable e accessibilità aumentata

Un altro strumento sono i dispositivi indossabili: gli occhiali con AI integrata, ad esempio, descrivono ciò che l’utente vede, gli smartwatch inviano alert tattili che avvisano le persone sorde di notifiche o eventi importanti, mentre i bracciali aptici traducono comandi vocali in vibrazioni, migliorando l’interazione con le app e rendendo l’esperienza digitale più intuitiva.

Esperienze Phygital

In questo contesto, progettare esperienze ibride tra fisico e digitale (phygital) può fare veramente la differenza. Queste soluzioni combinano elementi tangibili e digitali, creando interazioni multisensoriali che ampliano le modalità di fruizione dei contenuti. Per le persone con esigenze diverse, significa poter partecipare, esplorare e apprendere in modi più flessibili e inclusivi, sfruttando al meglio sia la tecnologia che l’ambiente reale che le circonda.

Leggi anche: Accessibilità fisica e digitale: perché oggi è un tema strategico per aziende e istituzioni

I rischi dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale per l’accessebilità  

Ogni opportunità tecnologica porta con sé anche nuove responsabilità.
L’intelligenza artificiale, per quanto potente, non è neutrale: apprende da dati che spesso riflettono pregiudizi e disuguaglianze già presenti nella società. È per questo che i bias algoritmici rappresentano uno dei rischi principali per l’accessibilità.
Un sistema di riconoscimento vocale, ad esempio, potrebbe faticare a comprendere correttamente chi presenta disturbi del linguaggio come balbuzie, disartria o accenti non standard, perché i dati di addestramento non includono campioni di queste popolazioni. 

A ciò si aggiungono le questioni legate alla privacy e alla sicurezza: i sistemi basati su AI raccolgono grandi quantità di dati sensibili.
È stato infatti dimostrato che alcuni algoritmi sono in grado di inferire lo stato di disabilità di un individuo analizzando i suoi dati online, ad esempio informazioni presenti sui profili social o i movimenti del mouse durante l’uso di un computer. Questo significa che la tecnologia potrebbe “riconoscere” informazioni sensibili senza che l’utente le dichiari esplicitamente.
Le implicazioni sono significative: gli algoritmi di selezione, ad esempio, potrebbero filtrare le offerte di lavoro escludendo persone con disabilità, oppure adattare contenuti e pubblicità in modi discriminatori. In pratica, le tecnologie basate sull’AI rischiano di riprodurre o amplificare disuguaglianze già presenti nella società, creando nuove barriere invece di abbatterle.

Progettare con l’AI verso un design accessibile e human-centered

Progettare esperienze accessibili con l’intelligenza artificiale non significa limitarsi ad aggiungere funzioni “inclusive” a posteriori. Significa ripensare il modo stesso in cui si concepiscono i prodotti, mettendo le persone, con le loro diverse abilità e prospettive, al centro del processo.
Un approccio human-centered richiede che le persone con disabilità siano coinvolte sin dalle prime fasi di progettazione, affinché l’AI diventi davvero uno strumento di ascolto e co-creazione. Testare interfacce, contenuti e funzionalità con utenti reali, diversi per bisogni, capacità e contesto d’uso, è il primo passo per costruire esperienze più eque e accessibili.

In questo percorso, l’adozione di standard riconosciuti come le WCAG (Web Content Accessibility Guidelines) resta essenziale, ma deve essere accompagnata da una continua evoluzione: le linee guida devono dialogare con le nuove logiche del machine learning e dell’adaptive design.

Infine, un design realmente inclusivo non può prescindere dalla trasparenza. Rendere comprensibili i criteri con cui un modello AI elabora e prende decisioni significa restituire controllo e fiducia all’utente.
Quando la progettazione unisce etica, intelligenza artificiale e partecipazione umana, la tecnologia smette di essere un semplice mezzo e diventa un amplificatore di possibilità, capace di estendere l’esperienza umana in tutte le sue forme.

Leggi anche: Accessibilità dei siti web: cos’è, requisiti e linee guida

Tra accessibilità e AI: il vero progresso è ancora umano

L’intelligenza artificiale sta aprendo scenari entusiasmanti in tema di accessibilità, ma la sua efficacia non dipende solo dalla potenza degli algoritmi, bensì dalle persone che li progettano e dal modo in cui vengono impiegati.
L’empatia, quella capacità di comprendere esperienze e bisogni altrui, è qualcosa che nessuna macchina può replicare davvero. È ciò che trasforma la tecnologia in un alleato, non in un sostituto.
In un contesto in cui l’innovazione corre veloce, il rischio è quello di affidarsi troppo alla logica delle macchine e troppo poco alla consapevolezza umana. Per questo, riportare la persona al centro del processo di progettazione è la forma più autentica di progresso: non basta creare strumenti intelligenti, serve creare esperienze che rispettino e valorizzino la diversità.
Il futuro dell’accessibilità non sarà definito solo da nuovi modelli di AI, ma da un cambiamento di prospettiva: scegliere di costruire uno spazio fisico e digitale in cui ogni individuo, con le proprie differenze, possa trovare spazio, rappresentazione e dignità.

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Creare una intranet efficace non significa solo centralizzare documenti o strumenti, ma è un’opportunità strategica per diffondere la cultura digitale all’interno dell’azienda. Quando progettata correttamente, una intranet diventa un motore di collaborazione, un canale per far crescere le competenze digitali dei team e un catalizzatore per l’innovazione.

Molte aziende affrontano il tema dell’intranet con un approccio meramente tecnico, concentrandosi su funzionalità e storage. La vera sfida, invece, è far sì che l’intranet diventi parte della vita lavorativa delle persone, che le loro interazioni digitali contribuiscano a costruire una cultura condivisa. 

In questo articolo esploreremo come progettare una intranet strategica, partendo dalla vision, passando per la conoscenza degli utenti, fino alla creazione di contenuti e design che realmente coinvolgono.

Perché le intranet falliscono?

Il report annuale “State of the Intranet and Future of Employee Technology”, condotto da Simpplr, ha evidenziato che circa il 90% dei progetti intranet fallisce nel raggiungere gli obiettivi attesi (in termini di adozione, usabilità o coinvolgimento), per motivi come contenuti non rilevanti, scarsa user experience o governance non definita. 

Molti progetti falliscono non per problemi tecnici, ma perché non sono stati pensati per le persone che li utilizzeranno ogni giorno. Il problema non è la piattaforma, ma l’approccio. Spesso, si parte dalla tecnologia e non dai bisogni degli utenti, creando sistemi complessi e disordinati che nessuno vuole usare.
Per creare un’intranet che sia davvero utile, bisogna prima di tutto ascoltare chi ci lavora, attraverso un approccio user-centered, che mette al centro il dipendente.

Intranet User-Centred: una roadmap in 6 passi

Un progetto di intranet deve seguire una roadmap chiara e metodica. Bisogna procedere per fasi definite, dove ogni scelta è basata su dati e feedback reali. Questo processo in sei tappe è la spina dorsale di una progettazione efficace.

Visioning

La prima, cruciale fase, è l’allineamento. I team di progetto e gli stakeholder si incontrano per definire una visione comune e obiettivi condivisi. Chiediti: quali problemi risolviamo? Quali obiettivi aziendali supporta la nuova intranet? Definire metriche chiare fin dall’inizio, come “ridurre le chiamate al servizio IT del 20%” o “aumentare il tasso di adozione del 50%”, garantisce che ogni decisione successiva sia allineata a un fine preciso.

Discovery

Questa è la fase della ricerca, in cui si fa un’immersione completa per comprendere i bisogni degli utenti. Come vedremo nel dettaglio, si tratta di un’indagine profonda che va oltre le semplici opinioni.

Analisi

Dopo aver raccolto i dati, è il momento di sintetizzarli. I risultati delle interviste, dei sondaggi e delle osservazioni vengono analizzati per identificare modelli ricorrenti, criticità e necessità latenti. Questa fase trasforma i dati grezzi in insight concreti che guideranno la progettazione.

Concepting

Sulla base dell’analisi, i team di progettazione iniziano a creare le prime bozze, mappe e wireframe. L’obiettivo è ideare soluzioni che risolvano i problemi identificati e soddisfino le esigenze degli utenti, tradotte in funzionalità e percorsi di navigazione preliminari.

Prototyping & Testing

Si creano prototipi funzionanti e si sottopongono a test di usabilità per valutarne l’efficacia. Questo passaggio è fondamentale per correggere il tiro prima di avviare lo sviluppo completo.

Implementazione

Una volta che la progettazione è stata convalidata, il team può procedere con lo sviluppo e il lancio della nuova intranet.

Ascoltare, osservare, capire: la fase di “discovery”

Se l’intranet aziendale è il cuore pulsante della comunicazione e delle operazioni interne, è fondamentale che funzioni in modo impeccabile. Per progettarne una che favorisca una cultura digitale condivisa, bisogna partire dalla comprensione profonda di chi la usa ogni giorno: i tuoi dipendenti. Questo processo non si limita alla raccolta di dati demografici, ma si estende all’analisi dei comportamenti, delle esigenze e delle aspettative degli utenti. Solo attraverso una ricerca mirata è possibile creare un ambiente digitale che risponda efficacemente alle reali necessità dei collaboratori.

Esistono diverse metodologie per raccogliere informazioni sugli utenti:

Leggi anche: Context method: osservare gli utenti nel loro contesto per progettare esperienze rilevanti

La fase di ricerca formativa

Durante la fase di progettazione, si possono utilizzare diversi metodi di ricerca formativa per guidare le decisioni e convalidare le scelte di design.

Analisi comparativa

Prima di iniziare, è fondamentale capire il panorama. Studiare le intranet di altre aziende permette di conoscere gli standard del settore, le tendenze di design e le funzionalità più apprezzate. Questa fase offre spunti preziosi sull’architettura dell’informazione (IA) e sulle strategie di branding che funzionano.

Card sorting

Le informazioni raccolte dalle analisi e dalle interviste iniziali possono essere confuse. Il card sorting è una tecnica che permette agli utenti di raggruppare e dare un nome alle categorie di contenuto in modo logico. I risultati di questa attività guidano la creazione di una struttura di navigazione intuitiva e facile da usare, basata sulla logica degli utenti e non su quella aziendale.

Test ad albero (tree testing)

Dopo aver definito la struttura di navigazione, il test ad albero ne valuta l’efficacia. Ai partecipanti viene chiesto di trovare elementi specifici all’interno della gerarchia creata. Se gli utenti si perdono o impiegano troppo tempo, significa che l’IA non funziona. Questo test è fondamentale per identificare i punti critici e perfezionare l’architettura prima di investire tempo e risorse nello sviluppo.

Beta testing

Prima del lancio definitivo, un beta testing con un gruppo ristretto di dipendenti è cruciale. Questa fase permette di scoprire bug, problemi di funzionamento su diversi browser o difetti nella ricerca che potrebbero compromettere l’esperienza utente. 

Test di usabilità post-lancio

Anche dopo il lancio, la ricerca non si ferma. Può essere condotto test di usabilità per verificare l’efficacia della nuova piattaforma, chiedendo agli utenti di trovare documenti, informazioni, sezioni. Questo fornisce dati preziosi sul comportamento reale e sull’efficienza del sistema. I risultati aiutano a confermare che l’intranet è facile da usare e che l’architettura informativa è solida.

Strategia e gestione dei contenuti

Molte intranet falliscono perché i contenuti sono scarsi, disorganizzati o obsoleti. Per evitare questo, è essenziale adottare una strategia dei contenuti chiara e un sistema di content management efficace.

Design e user experience come leva strategica

Il design è lo strumento che trasforma l’intranet in un’esperienza fluida e piacevole. Un approccio mobile-first garantisce accesso immediato anche da smartphone, fondamentale in contesti di lavoro ibrido. Allo stesso tempo, la possibilità di personalizzare dashboard e feed in base al ruolo rende la piattaforma più rilevante e riduce l’overload informativo.
Cura visiva e accessibilità sono essenziali: palette coerenti con il brand, testi leggibili e percorsi inclusivi rafforzano il senso di appartenenza. Le micro-interazioni (notifiche intelligenti, suggerimenti contestuali, link rapidi) completano l’esperienza e semplificano i processi quotidiani.

Favorire l’adozione e il coinvolgimento

Un’intranet non genera cultura digitale se rimane inutilizzata. Per questo, il vero lavoro comincia dopo il lancio: bisogna guidare i dipendenti all’adozione con iniziative concrete. Un percorso di onboarding digitale con guide pratiche e mini-sessioni formative rende i primi passi semplici e accessibili. Allo stesso tempo, figure di ambassador interni nei diversi reparti possono diventare facilitatori e punti di riferimento quotidiani.

Il coinvolgimento cresce anche grazie a leve soft, come piccole dinamiche di gamification o riconoscimenti per chi contribuisce con contenuti di valore. Ma il fattore decisivo è la sponsorship del management: quando i leader usano l’intranet come canale privilegiato, i dipendenti capiscono che non è un progetto “di contorno”, ma un asset strategico.

Costruire una community digitale

Un’intranet moderna deve andare oltre la logica della repository per diventare uno spazio sociale. Le community tematiche e le bacheche consentono ai team di scambiarsi idee, mentre funzioni semplici come commenti, like o menzioni danno agli utenti strumenti familiari per interagire.

Non va trascurata la dimensione informale: ad esempio, progettare degli spazi per iniziative extra-lavorative aiutano a rafforzare il senso di appartenenza e trasformano la piattaforma in un luogo vivo, non solo funzionale.

Governance e miglioramento continuo

Un’intranet efficace non si considera mai “conclusa”. Deve evolvere insieme all’organizzazione, attraverso un ciclo costante di ascolto, aggiornamento e sperimentazione. Quando viene ideata con un approccio centrato sulle persone, diventa il luogo in cui processi, contenuti e interazioni si intrecciano per generare una vera cultura digitale condivisa.
La tecnologia da sola non basta: serve ricerca sugli utenti, una governance solida e la capacità di adattarsi ai cambiamenti. Un’intranet viva cresce insieme all’azienda, supporta la produttività e diventa parte integrante della vita quotidiana dei dipendenti.

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Gli assistenti basati sull’intelligenza artificiale, come ChatGPT, Perplexity e Google AI Overview, rispondono alle domande degli utenti prima ancora che abbiano bisogno di cliccare su un link. La Generative Engine Optimization (GEO) nasce proprio per questo: creare contenuti studiati per essere letti, compresi e citati dagli algoritmi AI, aumentando la visibilità e l'autorevolezza del tuo brand nelle risposte generate automaticamente.

La GEO è quindi l’insieme di tecniche e strategie volte a rendere i contenuti digitali facilmente accessibili e rilevanti per i motori di ricerca generativi.
A differenza della SEO tradizionale, che mira a migliorare il posizionamento nelle SERP di Google, la GEO si concentra sull’inclusione dei contenuti nelle risposte generate da strumenti come ChatGPT, Gemini e Perplexity.
In pratica, l’obiettivo è diventare parte integrante delle risposte fornite dall’IA, piuttosto che limitarsi a essere un risultato cliccabile.

Ahrefs ha registrato che il traffico proveniente dalle ricerche AI converte 23 volte meglio rispetto alla ricerca organica tradizionale, con l’0,5% del traffico che ha generato il 12,1% delle registrazioni.

Come cambia il processo di ricerca dell’utente

Siamo tutti abituati al funzionamento dei motori di ricerca tradizionali (Search Engine): scriviamo una query, analizziamo i risultati proposti, clicchiamo sui link più rilevanti e, se necessario, ripetiamo la ricerca per affinare le informazioni trovate.
Con l’arrivo dell’intelligenza artificiale, questo schema cambia radicalmente. Nei motori di ricerca con AI l’utente non deve più “navigare” tra i risultati: gli basta formulare un prompt, cioè descrivere cosa sta cercando. A quel punto è l’AI a interpretare la richiesta, a scandagliare le fonti disponibili e a restituire una risposta già sintetizzata e contestualizzata.
Il vantaggio? Meno tempo speso a filtrare le informazioni e risposte più immediate e pertinenti. La differenza sostanziale è che nel modello AI la fase di “scrematura” dei contenuti non è più a carico dell’utente, ma viene svolta direttamente dall’algoritmo.

Semrush ha osservato che i visitatori provenienti dalla ricerca AI sono 4,4 volte più preziosi in termini di conversioni rispetto ai visitatori della ricerca organica tradizionale.

I visitatori delle ricerche basate sull’intelligenza artificiale tendono a convertire meglio perché gli LLM possono fornire agli utenti tutte le informazioni di cui hanno bisogno per prendere una decisione.

Quindi la SEO è morta?

La risposta breve è: assolutamente no. La SEO non è morta, ma si sta evolvendo. I motori di ricerca sono diventati più intelligenti, e quello che davvero premia è l’esperienza dell’utente, la qualità dei contenuti e la capacità di rispondere in modo chiaro e completo alle reali esigenze di chi cerca.

Google continua a dominare di gran lunga il settore dei motori di ricerca globali, con una quota di mercato dell’89,66%, e si stima che vengano effettuate oltre 9,5 milioni di ricerche Google al minuto (Fonte: Semrush). 

Nonostante l’avanzata delle AI, la ricerca organica resta un pilastro, rappresentando ancora il 33% del traffico web complessivo per i settori più rilevanti (Fonte: Organic SEO Industry Benchmarks 2024),

Google quindi genera gran parte del traffico online e rimane un punto di riferimento irrinunciabile. Ma allo stesso tempo, il comportamento degli utenti è cambiato: le ricerche sono sempre più conversazionali, spesso vocali, e avvengono anche fuori da Google.
In questo scenario, fare SEO oggi significa soprattutto capire l’intento di ricerca e strutturare contenuti utili, affidabili e facilmente fruibili. Si tratta di costruire un ecosistema digitale solido e coerente.
Ed è proprio qui che nasce la sfida per i brand: per restare rilevanti in questo panorama, le strategie di visibilità devono essere ripensate e integrate con approcci innovativi come la GEO, che permettono di emergere non solo nelle SERP tradizionali, ma anche nelle risposte generate dagli assistenti AI.

Come funziona la GEO?

La GEO si basa sulla comprensione dei modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) utilizzati dagli assistenti AI. Questi algoritmi analizzano enormi volumi di dati per generare risposte coerenti e pertinenti, selezionando fonti affidabili e autorevoli.

I pilastri fondamentali della GEO

Leggi anche: SEO Everywhere: come presidiare il nuovo customer journey omnicanale

Differenze tra GEO e SEO

1. Obiettivo dell’ottimizzazione

2. Tipo di risultati

3. Segnali di valore

3. Metriche di successo

Guida pratica alla GEO: come implementarla

Per costruire una strategia efficace di Generative Engine Optimization (GEO) serve un approccio integrato, che punti sulla qualità dei contenuti, sulla reputazione del sito e sull’uso intelligente degli strumenti tecnologici, in modo che il tuo brand diventi un punto di riferimento per gli assistenti AI. 
Di seguito gli elementi da tenere in considerazione: 

Parole chiave a coda lunga

Le parole chiave a coda lunga (long-tail keywords) consentono di fornire un contesto più preciso agli algoritmi AI, aiutandoli a capire di cosa parla la tua pagina e a includerla nelle risposte agli utenti. Ad esempio, invece di usare termini generici come “ricette”, una frase più specifica come “ricette vegetariane veloci per studenti universitari” offre informazioni più contestualizzate e aumenta le probabilità di essere citati.

Costruire autorevolezza e credibilità

Gli assistenti AI tendono a selezionare contenuti provenienti da fonti affidabili e riconosciute (E-E-A-T). Per rafforzare la credibilità del tuo sito, è importante:

Questo aiuta sia nel posizionamento tradizionale sia nell’essere considerati fonte attendibile dalle AI.

Dati strutturati e schema markup

I contenuti devono essere chiari e facilmente interpretabili. Utilizzare dati strutturati e schema markup permette agli algoritmi di comprendere meglio il significato delle informazioni presenti nelle pagine, come prodotti, eventi o guide pratiche. 

Arricchire con contenuti multimediali

Integrare immagini, video e podcast arricchisce l’esperienza dell’utente e aiuta le AI a contestualizzare meglio le informazioni

Contenuti approfonditi e aggiornati

Infine, i contenuti devono essere approfonditi, basati su dati concreti e regolarmente aggiornati. Gli algoritmi AI privilegiano fonti che offrono:

I vantaggi e gli svantaggi della GEO

La Generative Engine Optimization offre numerosi vantaggi per chi vuole far crescere la propria presenza digitale. Tra i principali, ci sono la possibilità di ottenere maggiore visibilità, rafforzare la reputazione e l’autorevolezza del brand e ricevere traffico qualificato: gli utenti che interagiscono con le risposte AI sono spesso alla ricerca di soluzioni precise, quindi arrivano sul sito con un interesse reale per ciò che viene offerto. Inoltre, l’ottimizzazione per la GEO stimola la creazione di contenuti più chiari, utili e strutturati, migliorando l’esperienza complessiva per l’utente.

Ad oggi però mancano metriche standard e strumenti consolidati per misurare con precisione il ritorno dell’investimento (ROI) della GEO, rendendo più complessa la valutazione dei risultati. I modelli AI sono in continua evoluzione, perciò l’ottimizzazione richiede un approccio flessibile e un costante aggiornamento. 
Implementare una strategia GEO efficace richiede competenze avanzate di SEO, semantica e funzionamento dei modelli linguistici, oltre a tempo e sperimentazione costante, poiché i risultati non sono immediati e spesso necessitano di test continui per affinare l’approccio.

Perchè è necessario integrare SEO e GEO

SEO e GEO sono strumenti complementari. La SEO tradizionale continua a portare traffico organico attraverso le SERP, mentre la GEO permette ai contenuti di comparire direttamente nelle risposte degli assistenti AI, aumentando la visibilità e l’autorevolezza del brand. Insieme, SEO e GEO costituiscono la base di una presenza digitale solida, capace di coprire sia i risultati di ricerca tradizionali sia i nuovi touchpoint generati dall’intelligenza artificiale.

Per massimizzare ulteriormente la portata dei contenuti, entra in gioco la Search Everywhere Optimization.  L’idea è semplice: più il brand è presente su tutte le piattaforme rilevanti, dai motori di ricerca tradizionali ai social, dai forum ai siti verticali, maggiori sono le probabilità che venga rilevato e incluso nelle risposte generate dall’AI
In pratica, SEO e GEO creano le fondamenta della visibilità, mentre la Search Everywhere Optimization amplifica l’impatto del brand in tutti i punti in cui l’intelligenza artificiale può cercare informazioni.

Se vuoi trasformare la tua presenza digitale e far sì che il tuo brand emerga, ti aiuteremo a integrare SEO, GEO e strategie omnicanale per rendere i tuoi contenuti visibili, autorevoli e pronti a essere citati dalle intelligenze artificiali.

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Il design thinking è diventato una delle metodologie più citate quando si parla di innovazione. Tuttavia, nonostante la sua diffusione, molte aziende faticano a rispondere a una domanda: quanto rende davvero?

Misurare il ROI del design thinking è la chiave per dimostrare che investire in ricerca utente, prototipi e co-design produce ritorni concreti in termini di fatturato, efficienza e customer satisfaction. In altre parole, è ciò che consente di trasformare un approccio percepito come “creativo” in una leva strategica di business.

Design Thinking ROI: benchmark e dati a supporto

Diversi studi hanno fornito evidenze interessanti:

Questi benchmark sono preziosi perché mostrano che il valore del design non è solo percepito, ma misurabile.

Metriche del design thinking: cosa misurare per valutare l’impatto

Per parlare di ROI del design thinking non basta dire genericamente che “i clienti sono più soddisfatti” o che “il team lavora meglio”. Bisogna stabilire con precisione che cosa misurare. Non tutte le metriche hanno lo stesso peso e non tutte sono altrettanto comprensibili per gli stakeholder.

Possiamo distinguere tre grandi categorie:

Allineando Input → Output → Outcome, le aziende possono costruire una linea chiara tra gli sforzi operativi, la qualità dell’esperienza e il successo strategico, rendendo il ROI del design thinking misurabile.

KPI del design thinking: esempi concreti da monitorare

Tra le tante metriche possibili, alcuni KPI (Key Performance Indicators) si distinguono perché hanno un impatto diretto e quantificabile sul business. Sono quelli che permettono di dimostrare in maniera chiara il valore del design thinking agli stakeholder.

Come calcolare il ROI del design thinking: un framework operativo

Il calcolo del ROI può sembrare complesso, ma seguendo un framework chiaro diventa gestibile. I passaggi sono:

La formula è semplice:

ROI = (Benefici – Costi) / Costi × 100

L’aspetto più importante sta nella capacità di costruire una catena logica chiara: dal problema vissuto dall’utente, al miglioramento dell’esperienza, fino al beneficio economico per l’azienda.

Strumenti e metodi per misurare il ROI

Per arrivare a dati solidi servono strumenti adeguati:

La best practice è combinare dati quantitativi e qualitativi. I numeri spiegano cosa accade, mentre interviste e test con gli utenti aiutano a capire perché accade, consentendo così di prendere decisioni informate.

In Softec accompagniamo le aziende in questo percorso: dall’adozione del design thinking fino alla misurazione del ROI, aiutandole a tradurre una customer experience migliore in risultati di business concreti.

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Per anni abbiamo vissuto convinti che “essere su Google” fosse la chiave del successo digitale. Bastava lavorare su keyword, backlink, metadescrizioni e pazientare per conquistare la tanto ambita prima pagina. Ma oggi, anche un sito che brilla nei ranking rischia di avere vendite stagnanti e conversioni ferme.

Non perché Google abbia perso potere, ma perché gli utenti hanno cambiato abitudini. Non “cercano” più nello stesso modo: decidono altrove, nei luoghi dove passano il loro tempo, dove si fidano delle opinioni degli altri, dove l’immediatezza e la percezione contano più della classica keyword.
Un commento su TikTok, una recensione su Amazon, un thread su Reddit, una risposta di ChatGPT: sono questi i momenti in cui una decisione d’acquisto prende forma. Non coglierli significa restare fuori dalle conversazioni che contano davvero.

Questa complessità riflette ciò che viene definito il Messy Middle, la fase non lineare del customer journey in cui i consumatori oscillano tra esplorazione e valutazione. Approfondire questo concetto può aiutarti a comprendere come presidiare i micro-momenti decisionali e trasformare la visibilità in scelta concreta.

La Google Trap: perché la SEO tradizionale non basta più per essere scelti

Google resta un attore centrale, ma rappresenta solo una fetta di tutto ciò che oggi definiamo “ricerca”. Il resto – oltre il 70% – si distribuisce su piattaforme diverse, da TikTok ad Amazon, passando per YouTube, Instagram, Reddit e le AI conversazionali.
Ecco perché possiamo parlare di una vera e propria “Google trap”: aziende che festeggiano per un buon posizionamento organico, vedono il traffico crescere, ma non riescono a tradurre quei numeri in conversioni. Perché? Perché la decisione si è già giocata altrove.
Il problema non è “fare SEO” ma fare solo SEO tradizionale

Dal funnel lineare al nuovo customer journey: il nuovo percorso di acquisto

Per decenni abbiamo ragionato con la logica del funnel: awareness, consideration, decision. Lineare, ordinato, apparentemente prevedibile.
La realtà di oggi è molto diversa: il viaggio d’acquisto è diventato una costellazione di micro-momenti, ognuno con un ruolo preciso, che spesso si verificano in contemporanea.

Un esempio pratico:

Tutto questo può avvenire in meno di mezz’ora, senza che l’utente abbia mai digitato una query su Google.
Ognuna di queste tappe svolge una funzione psicologica diversa: TikTok stimola l’emozione, Amazon offre rassicurazione, Reddit garantisce autenticità, ChatGPT promette chiarezza, YouTube approfondisce. Se non sei presente in almeno una di queste fasi, il tuo brand rischia di sparire.

Leggi anche: Omnichannel customer journey: come garantire un’esperienza senza interruzioni 

Visibilità digitale vs validazione del brand

Molti marketer continuano a valutare il successo basandosi esclusivamente sulla visibilità: quanti clic, quante visualizzazioni, quante impression. Nell’ecosistema digitale odierno, però, la visibilità rappresenta solo il primo passo: essere presenti non garantisce che gli utenti scelgano il tuo brand.
Il vero indicatore di rilevanza è la validazione.

E la validazione ha un impatto enorme, perché si traduce in fiducia. Fiducia che spinge alla decisione molto più velocemente di qualsiasi banner o keyword.
Nell’era delle AI, questo diventa ancora più critico: i sistemi non leggono e non scorrono pagine come facciamo noi, ma sintetizzano. E sintetizzano sulla base di ciò che viene citato più spesso e con più autorevolezza. Se non fai parte di quel network di riferimenti, non esisti.

Search Everywhere Optimization: le nuove regole della SEO

Parlare di Search Everywhere Optimization (SEO 2.0) non significa decretare la morte della SEO, ma la sua naturale evoluzione.
Non si tratta più solo di scalare Google, ma di presidiare i punti in cui nascono e si consolidano le decisioni. È un’estensione della SEO che va oltre il motore di ricerca classico per abbracciare tutti i motori decisionali: dai social ad Amazon, dai forum alle AI.

Come adattare la tua strategia di contenuti ai diversi canali digitali

Un errore diffuso tra i brand è replicare lo stesso contenuto ovunque. Ma ogni canale ha il proprio codice decisionale:

Ogni piattaforma, dunque, non è solo un “mezzo”, ma un motore decisionale a sé stante.
Molti brand sbagliano replicando lo stesso contenuto ovunque. È un approccio che non funziona. Serve adattare tono, messaggio e strategia al codice decisionale di ciascun canale.

Da dove iniziare con la Search Everywhere Optimization

A questo punto, qualcuno potrebbe sentirsi sopraffatto: “Ma devo essere su tutte le piattaforme?”. La risposta è no.
Il segreto è scegliere le piattaforme giuste e lavorare in profondità. Non serve presidiare dieci canali: ne bastano due o tre, se strategici.
Il criterio per sceglierli? Guardare dove i tuoi clienti prendono decisioni. Non dove passano tempo, ma dove cercano conferme, rassicurazioni, alternative.

Ecco alcuni esempi:

Meglio dominare due piattaforme che contano, piuttosto che essere invisibili su dieci.

Il vantaggio competitivo di chi adotta subito la SEO Everywhere

La maggior parte delle aziende è ancora intrappolata nel vecchio schema, tutta concentrata su Google e poco attenta al resto. Questo significa che oggi c’è un enorme vantaggio competitivo per chi ha il coraggio di cambiare prospettiva.
Entrare nei luoghi in cui avvengono le decisioni non è solo una questione di marketing, ma di sopravvivenza. Perché mentre i tuoi competitor si affannano a inseguire l’ennesimo update dell’algoritmo di Google, tu puoi diventare parte delle conversazioni che contano davvero. E il bello è che non serve essere ovunque. Serve essere nei posti giusti, nel momento giusto, con il messaggio giusto.

Il consiglio pratico per partire? Scegli una piattaforma fuori da Google, quella dove i tuoi clienti cercano rassicurazioni o conferme. Investi lì per costruire fiducia. Una volta conquistato quel terreno, il resto si muoverà a cascata.

Se anche tu vuoi costruire un’esperienza omnicanale e coerente con le nuove abitudini di ricerca e decisione, contattaci per connettere tutti i touchpoint e trasformarli in valore reale per il tuo brand e per i tuoi clienti.

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Il percorso d’acquisto non è più un funnel lineare. Le persone si muovono, pensano e agiscono in modo più fluido, dinamico e imprevedibile. Guardano video in streaming, scorrono il feed dei social, fanno ricerche rapide e acquistano online con un clic – spesso, senza seguire un ordine preciso.

Una recente ricerca del Boston Consulting Group, in collaborazione con Think with Google, ha individuato quattro comportamenti fondamentali che definiscono il nuovo customer journey. Sono i pilastri su cui si fonda l’esperienza d’acquisto contemporanea:

Queste quattro azioni – che possiamo sintetizzare nelle “4S” del marketing moderno – si alternano e si sovrappongono continuamente, dando vita a una rete di micro-momenti che richiedono risposte rapide, contenuti pertinenti e interazioni personalizzate.

Secondo Salesforce, oltre il 70% dei consumatori si aspetta un’interazione su misura con i brand. Questo significa che capire davvero come e perché le persone si spostano tra un contenuto e l’altro, da una piattaforma all’altra, non è più un optional.

Esploriamo ora ciascuno di questi pilastri e come si manifestano nel customer journey moderno.

1. Streaming: coinvolgere il consumatore sempre connesso

Lo streaming va ben oltre la visione passiva di un video. Si tratta di un consumo continuo, personalizzato e spesso interattivo di contenuti multimediali – video, podcast, musica – distribuiti su una molteplicità di piattaforme: YouTube, Smart TV, Spotify, Twitch e altre ancora.
A differenza della pubblicità tradizionale, lo streaming permette di instaurare un dialogo. L’utente oggi si aspetta esperienze immersive, capaci di accompagnarlo dalla scoperta di un brand fino alla decisione d’acquisto – senza interruzioni forzate.

Vuoi vedere come funziona nel concreto? Scopri Purparlè, la nostra piattaforma di live streaming interaction, e come può integrarsi nella tua strategia digitale.

Come adattare la tua strategia di streaming marketing

Leggi anche Live Streaming Shopping: il futuro del retail

2. Scrolling: catturare l’attenzione nel flusso digitale

I consumatori passano ore a scorrere feed sui social, esplorare caroselli, guardare contenuti senza un’intenzione d’acquisto definita. Ma è proprio in questo flusso costante e apparentemente distratto che può nascere una connessione: un’immagine, un titolo, un’interazione giusta nel momento giusto possono accendere l’interesse e guidare l’utente verso l’azione.

Nel feed, hai pochi secondi per farti notare. Spesso meno di cinque. È una sfida visiva e narrativa dove tutto conta: il primo frame, la headline, il messaggio implicito. In questo contesto, la personalizzazione e la rilevanza diventano essenziali per emergere.

Come adattare la tua strategia di scrolling marketing:

Scopri come potenziare la tua strategia attraverso Marketing Digitale e Ottimizzazione dei Contenuti

3. Ricerca: esserci nel momento della scoperta

Pensiamo a strumenti come Gemini, che ci permette di fare ricerche “conversazionali” come se stessimo chiacchierando con qualcuno. O a Google Lens, che ci aiuta a identificare al volo un oggetto che ci incuriosisce, semplicemente puntando la fotocamera. O ancora alle “AI Overviews“, riassunti intelligenti generati dall’Intelligenza Artificiale che ci danno subito le informazioni chiave, con i link per approfondire. Anche la ricerca multimodale, che mescola testo, immagini e voce, sta crescendo a vista d’occhio.

Cosa significa per il marketing?

Come adattare la tua strategia di search marketing:

4. Shopping: semplificare l’acquisto, ovunque avvenga

Nel nuovo customer journey, non esiste più un momento preciso per acquistare. L’utente può compiere una transazione in qualsiasi punto di contatto: su un social, durante una live, in un’app o mentre guarda un video. L’importante è che l’esperienza sia immediata, fluida e senza attriti.

Cosa significa “shopping senza interruzioni”:

Come adattare la tua strategia di shopping marketing

Oggi il successo di un brand dipende dalla capacità di progettare esperienze coerenti e fluide tra tutti i punti di contatto. Le 4S non sono fasi da seguire, ma comportamenti da intercettare in tempo reale. Serve un approccio integrato, capace di unire storytelling, dati e visione strategica per essere presenti dove l’utente si muove – senza mai interrompere il suo percorso, ma potenziandolo.

Vuoi progettare un customer journey che unisca performance, rilevanza e continuità? Possiamo aiutarti a costruire un ecosistema digitale omnicanale che funziona davvero.

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Le decisioni strategiche si giocano sulla capacità di leggere la realtà. Comprendere davvero le persone per cui progettiamo significa non limitarci a ciò che dichiarano, ma osservare come vivono, scelgono e interagiscono nel loro ambiente reale.

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Nel 2025 non si può più parlare di innovazione senza parlare di accessibilità. Che si tratti di un sito web, di un museo o di un punto vendita, rendere i propri spazi — digitali e fisici — accessibili a tutte le persone non è solo un dovere etico o normativo: è una scelta di valore, visione e competitività.

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Da quando le interazioni digitali rappresentano il cuore della relazione tra brand e persone, l’esperienza utente (UX) ha smesso di essere solo una questione di design. La UX è oggi una leva strategica di marketing e business: modella la percezione del brand, condiziona i comportamenti degli utenti e, cosa ancora più rilevante per chi lavora in ottica di performance, impatta direttamente sulle conversioni.

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